la guerra delle biomasse contro il biocombustore di Giove

biomasseUna guerra intercomunale delle “biomasse” è scoppiata al confine tra Umbria e Lazio, nella Teverina. Tre comuni umbri, Amelia, Attigliano e Lugnano e due laziali, Bassano in Teverina e Bomarzo, sommersi da centinaia di petizioni dai cittadini, si sono uniti, “ad adjuvandum”, al ricorso presentato al TAR dell’Umbria contro il comune di Giove, dall’Associazione ambientalista “Amici della Terra”. Motivo del ricorso: l’autorizzazione concessa, con procedura amministrativa semplificata (PAS), alla costruzione d’una centrale elettrica a biomasse – forestali ed agricole, secondo il progetto – nella valle del Tevere.

I comuni ricorrenti – come l’Associazione ambientalista – avevano richiesto che il progetto di centrale elettrica, alimentata con biomasse, autorizzato dal comune di Giove, venisse almeno sottoposto ad una Valutazione di impatto ambientale (VIA). Non essendo sufficiente ad escludere tale iter amministrativo, più approfondito, il solo fattore dimensionale dell’impianto, che avrà una produzione elettrica inferiore ad 1 MW (998 KW dichiarati).

La centrale, oltre ad energia elettrica, produrrà 5 MW di energia termica – per la maggior parte inutilizzata e dispersa nell’ambiente – ed emetterà dalla ciminiera ossidi di azoto, idrocarburi, ceneri e polveri sottili. Nessun impianto di filtraggio, infatti, per quanto perfezionato e sottoposto a periodiche e scrupolose manutenzioni, riesce ad eliminare completamente le emissioni nocive, che si propagano per un raggio di vari chilometri, depositandosi sui terreni agricoli, su vigneti ed oliveti e nei polmoni degli abitanti delle zone limitrofe. Per questa ragione, vengono incentivati gli impianti che utilizzano l’energia termica “cogenerata” per alimentare impianti di teleriscaldamento invernale e teleraffreddamento estivo e consentono di spegnere qualche centinaio di utenze familiari, inquinanti e prive di sistemi di filtraggio. Nel caso di Giove, solo una minima parte dell’energia termica verrebbe impiegata, in un limitato periodo stagionale, per riscaldare una serra di cactus. Il cui progetto, aggiunto all’ultimo momento, sembra avere il solo scopo di qualificare la centrale come operante in “assetto cogenerativo”.

Il ricorso e la nascita di un comitato di cittadini contrari alla centrale, al quale si è unita anche la sezione di Amelia di Legambiente, ha fatto infuriare il sindaco di Giove, che ha affermato nella pagina FB del comune “Quel che non riusciamo a comprendere è l’atteggiamento di quanti (comprese varie amministrazioni pubbliche limitrofe) prendono posizioni arbitrariamente…convocando assemblee e pubblicando manifesti nei quali vengono utilizzati linguaggio e immagini proprie del terrorismo ecologico, tendenti a turbare la tranquillità sociale…”

I cittadini, invece, si sono documentati e hanno posto delle domande. Una stima effettuata da un tecnico forestale socio di Legambiente mostra che per fornire le 50 t al giorno di legna necessarie per far funzionare l’impianto, servirebbero 120 ettari di bosco all’anno, che significano 3000 ettari di bosco (il ceduo si taglia ogni 25 anni). Non possedendo una tale foresta, e non essendovi risorse sufficienti in loco, come si procurerà tutta questa legna la società?

La produzione di energia elettrica annuale prevista ammonta a 8.751.240 Kw/h, il ricavo dell’energia venduta al prezzo di mercato (circa 0.12Eur/Kw/H) darebbe un’entrata di circa 1.050.000 Euro, mentre la biomassa necessaria (circa 18.250Ton) ha un costo, pagandola circa 60 Euro/ton + 10 euro di trasporto, di 1.277.500 Euro. E’ evidente che il costo della sola biomassa supera le entrate, senza considerare costi di personale, spese fisse e ammortamenti! Non si capisce come un’impresa possa sostenere questi costi di gestione e fare profitto, a meno che questa iniziativa non nasconda altre intenzioni e, potendo contare su un impianto di combustione, si intenda ottenere ulteriori licenze per bruciare ben altri materiali…

Ci sono anche precedenti, che avrebbero reso auspicabile una più approfondita valutazione del progetto: la ditta proponente, la Tiber Eko di Penna in Teverina, è la stessa che sei ani fa aveva ottenuto, sempre dal Comune di Giove e per la stessa località dove ora dovrebbe sorgere la centrale a biomasse, l’autorizzazione a costruire un biodigestore. I silos di acciaio vennero montati a tempi di record, presumibilmente per incassare la seconda rata d’un cospicuo finanziamento bancario, che non risulta mai restituito, stando all’ultimo bilancio depositato dalla Società. Altrettanto rapidamente i silos vennero smontati, qualche anno dopo e rivenduti come ferro vecchio. Il biodigestore non venne mai costruito.

Il proprietario della maggioranza delle quote della Tiber Eko era ed è un direttore generale del Ministero delle Politiche Agricole. Il Consigliere delegato, Claudio Cecca, qualche anno fa venne diffidato dalla Prefettura di Viterbo per l’inquinamento del fiume Marta, con i reflui della cartiera di Tuscania, da lui amministrata.

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